Conciateste - Pinerolo Blues di Graziella Martina

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In una eventuale, possibile graduatoria del peggiore parrucchiere in cui mi sia mai imbattuta, il Cappucci si guadagna sicuramente il primo posto. Non che lui abbia fatto un granché per ottenere questo risultato, dato che sin da subito mi ha affidata alle mani incompetenti delle due ragazze che lavorano per lui e che non hanno la più pallida idea di come si effettui questo lavoro, ma già questa  una responsabilità grave.
Era stata una signora che aveva acquistato la mia guida di Londra per il figlio, residente nella capitale britannica, a propormi di andare insieme da lui. Poi, suo marito si è ammalato, lei non ha potuto venire e io ho deciso di andare ugualmente da sola. Come vorrei non averlo fatto!

Avevamo già iniziato male, quando lui mi ha imposto un colore che, secondo me, non era adatto ai miei capelli. Io avevo chiesto di mantenerli il più possibile simili alla mia nuance naturale, che è bionda. Le due foto mostrano quanto il risultato sia stato lontano da questo obiettivo.
La stesura della crema colorante da parte di una delle due ragazze è stata fatta in un modo che non avevo mai sperimentato né mai visto fare prima. La suddetta ha ricoperto tutti i miei capelli di una quantità uniforme di crema, invece di metterla solo sulle radici dopo aver suddiviso le ciocche in file con il pettine, come si fa dappertutto.
E qui viene l’altra cosa che non mi era mai successa prima da un parrucchiere. Dopo mezz’ora trascorsa con quell’impiastro in testa, quando la ragazza ha cominciato a lavare via tutta la schiuma, ho sentito l’acqua scorrere giù per la schiena. L’ho subito avvertita, ma evidentemente ne aveva già fatti colare dei litri ed ecco come era ridotta la mia polo quando me la sono tolta una volta arrivata a casa. Dopo la doccia non voluta, quando mi sono guardata nello specchio quasi non mi sono riconosciuta: i miei capelli erano diventati marrone scuro.

A questo punto, con un atteggiamento di negligente indifferenza, si è avvicinato il Cappucci. Gli ho detto che avrei voluto lasciare un po’ più lunga la frangia e anche le ciocche laterali, per il resto, un taglio scalato… Il risultato è quello che vedete nella foto.
Previdente come sono sempre, avevo chiesto al momento della prenotazione telefonica se si poteva fare piega con i bigodi e mi era stato detto di sì. La ragazza che ha cominciato a metterli mi ha detto con molta sincerità di non averli mai messi prima. Anche senza questa precisazione, la cosa era del tutto evidente. Provava a metterne uno, poi lo toglieva perché la ciocca di capelli non era bene avvolta. Ne metteva un secondo, stessa cosa. Dopo venticinque minuti di questa solfa e con soli dieci bigodini sistemati alla meglio, le ho chiesto di smettere perché non ne potevo più. Sarei andata sotto al casco con i capelli al vento. E qui è arrivata l’altra sorpresa. L’apparecchio, dall’aspetto un po’ vecchiotto, scendeva dal muro tutto storto e si fermava ad almeno mezzo metro sopra la testa. L’aria che emetteva era fredda ed ho dovuto chiedere io se era possibile avere aria calda.

Sono sicura che non ci crederete se vi dico che per un simile orrore l’abietto conciateste ha avuto la spudoratezza – uso questo termine elegante, ma un altro ben più forte sarebbe appropriato – di chiedermi 80 euro! Un vero furto! Davanti alla mia faccia stupita, mi ha semplicemente indicato, con espressione minacciosa, il tariffario alle sue spalle. Confesso che pur di uscire in fretta da quell’inferno gli avrei dato anche di più, anche se adesso, ogni volta che ripenso a quella estorsione, mi viene voglia di andare a sputargli in faccia.  

Non mi rimane che augurare al Cappucci, come si usa dire in Toscana, di spendere tutti quei soldi in medicine… Un personaggio squallido, pieno di tracotanza e protervia, che non ha la minima idea di che cosa sia la deontologia professionale. Dovrebbe andare a lezione di etica normativa e imparare qualcosa sulle norme di comportamento.    

IL TARTUFON D'UN CON E LA CACHE-NEZ

Una situazione altrettanto sgradevole l’avevo vissuta, in precedenza, da madame Cache-nez e consorte. Anche lì, quando avevo prenotato al telefono, avevo chiesto se facevano la piega con i bigodi e lui mi aveva risposto di sì. Dopo di che, con molto acume, mi aveva fissato l’appuntamento alla stessa ora di un’altra signora che faceva lo stesso tipo di piega.

Così ci siamo trovate quasi contemporaneamente in due a dover utilizzare l’unico casco esistente. Ma questo non costituiva il minimo problema per Madama (s)Ciarpa, che ha afferrato con grande decisione l’apparecchio e lo ha infilato sulla testa dell’altra signora, senza degnarmi di uno sguardo né di una parola di spiegazione. Il marito, che ho soprannominato Tartufon d’un con – ‘tartufon’ perché adora i tartufi, ‘con’ il perché è intuitivo – ha cominciato a blaterare delle assurdità, del tipo che ‘tempo di sistemare la retina, spostarmi sull’altra sedia ecc…’ il casco sarebbe stato libero. Considerando che il tempo medio dell’asciugatura è di mezz’ora, penso che neanche se avesse avuto la lentezza di un bradipo nel compiere quell’ultima operazione sarebbe riuscito a metterci mezz’ora. Così, per evitare di stare tutto quel tempo in attesa con i capelli bagnati, mio malgrado gli ho chiesto di usare il phon. Gli avevo spiegato il motivo per cui non lo volevo adoperare e lui ha iniziato un altro discorso insulso, dicendo che anche il casco era pericoloso e altre simili balordaggini.

Fino a quando ha asciugato la parte posteriore della chioma, è andato abbastanza bene, ma quando mi ha avvicinato il phon al viso, mi ha risvegliato la paura legata al trauma del passato. Gli ho quindi chiesto di smettere e sono uscita con i capelli ancora umidi. Al momento del conto, però, il tartufon non si è fatto scrupolo di farmi pagare la tariffa piena – 50 euro – come se avessi fatto la piega normalmente!    
Non so se Madame Cache-nez e il Cappuccio si conoscono, ma hanno davvero molto in comune: la stessa protervia, la stessa inciviltà e malacreanza…

Avevo dedicato un post all'incidente che mi era accaduto all'Hotel Guercino di Bologna. Il contenuto spiega la mia repulsione all'uso del phon...
P.S. Forse il "tartufon" farebbe bene a leggerlo.

Sono le 7 del 23 novembre di tre anni fa. Sono nel piccolo bagno della piccolissima stanza dell’hotel Guercino di Bologna e ho appena fatto la doccia. Stacco l’asciugacapelli dal muro e premo il tasto per accenderlo. Una fiammata spaventosa mi investe e un’esplosione mi buca i timpani. Tutto piomba nel buio. Per un attimo ho l’impressione di essere diventata cieca.
Chiamo la reception e mi metto sugli occhi un asciugamano inzuppato nell’acqua fredda per calmare il bruciore agli occhi.
Arriva il portiere di notte, che ripristina l’elettricità e mi propone di chiamare il 118. L’idea di trovarmi in un affollato Pronto Soccorso a far la coda per ore non mi sorride. Gli dico che voglio aspettare un po’ prima di decidere. Avrò poi modo di sperimentare che questo sarà l’unico tipo di assistenza offertami da quell’hotel.
Quando scendo alla reception due ore dopo chiedo all’addetto se è stato informato su quanto mi è successo. Non ne sa nulla. Gli chiedo di poter parlare con il direttore. Tergiversa. Dovrò ripetere altre tre volte la richiesta prima di poterlo incontrare. Quando succede, lui minimizza, fa dello spirito. Mi dice che, con quanto mi è successo, potrò seguire l’esempio del pittore guercio a cui è dedicato l’hotel e darmi alla pittura.
La stessa atmosfera fredda e scostante rattristerà i miei dieci, lunghissimi giorni in quell’hotel. Un’amica mi chiede se mi hanno almeno offerto la stanza. No, hanno fatto di meglio: mi hanno fatto pagare una seconda volta la colazione, che avevo già pagato in agenzia al momento della prenotazione. Ma, pur di andarmene da quel posto maledetto, avrei pagato anche più degli 80 euro richiestimi.
Il mio soggiorno a Bologna è stato completamente rovinato da questo incidente, perché ero molto preoccupata per i miei occhi, che continuavano a bruciare. Mi è anche rimasto un effetto collaterale: da allora non ho mai più toccato un asciugacapelli e credo che non lo farò mai più. Dalla parrucchiera vado sotto il casco, la sola vista di quell’utensile che si avvicina al mio viso mi risveglia dei tristi ricordi e mi mette paura.







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