Una disgraziata omonimia - Pinerolo Blues di Graziella Martina

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                              UNA DISGRAZIATA OMONIMIA

Da una ventina d’anni l’ufficio verbali della mia città mi perseguita con delle multe per infrazioni automobilistiche che non sono mie. Ciò che rende la cosa ancora più odiosa è il fatto che le multe arrivano sempre quando io sono in viaggio, perciò mi tocca perdere delle ore all’Ufficio Postale per ritirare le raccomandate con ricevuta di ritorno.
Qualche anno fa, stufa di questo andazzo, mi sono improvvisata detective e sono risalita alla persona, mia omonima, a cui le multe avrebbero dovuto essere inviate. Ho scoperto che non abita qui e che, a parte il nome, non abbiamo proprio nulla in comune. Quando le ho fatto presente al telefono la situazione in cui mi trovavo, mi ha detto che avrebbe interessato il suo avvocato alla cosa e che mi avrebbe fatto sapere. Non l’ho mai più sentita. Le multe hanno continuato ad arrivare e non è difficile indovinare il consiglio del leguleio: “Chi te lo fa fare di andare a smuovere le acque? – le avrà sicuramente detto - Fino a quando non vengono a cercare te, è meglio far finta di niente”. Ci va di mezzo una persona che non c’entra nulla? Ma chi se ne frega!  
Per due volte sono anche venuti i vigili a consegnarmi a casa il modulo. Quando gli ho chiesto come mai fossero venuti da me che non c’entravo nulla, mi hanno risposto che sulla guida telefonica avevano trovato il mio nome, quindi… Capito? Allora, se l’altra donna, per ipotesi, ammazzasse qualcuno, verrebbero ad arrestare me perché sulla guida c’è il mio indirizzo.  

In quanto ad ammazzare, la mia omonima non ha ammazzato nessuno, ha però avuto un parente che si è macchiato di un fatto criminoso. Così, sicuramente trascinato dal mio sito web, il fattaccio riportato su Repubblica è stato per mesi vicino al mio nome. “Bei parenti che hai!” mi diceva qualcuno, tra il serio e il faceto.    
Ma la disgraziata omonimia ha avuto altre conseguenze, seppure meno gravi. Ho dovuto cambiare lo studio del commercialista da cui mi recavo perché mi venivano consegnate le sue cartelle anziché le mie. In lavanderia devo continuare a dare un nome falso perché sul computer c’è già registrato il suo. La cosa più paradossale è avvenuta la prima volta in cui sono andata dall’oculista da cui vado tuttora. Prima che entrassi in studio aveva digitato il mio nome sullo smartphone e, prima che avessi il tempo di aprire bocca, mi ha detto: “Lei ha il diabete”. “Non che io sappia” gli ho risposto e ho aggiunto che quella malattia è forse attribuibile alla donna che ha il mio stesso nome.  

P.S. La mia simpatica omonima si è fatta viva, ma non per darmi una risposta sulla situazione che si era creata. Tutt’altro. Mi ha chiesto se avessi mai avuto a che fare con un tizio di origine pugliese, che aveva abitato qui in Piemonte e che l’aveva coinvolta in un losco affare immobiliare. Probabilmente, sfruttando l’omonimia, sperava di rifilarmi il guaio… Non è una persona meravigliosa?   

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